SECONDA PUNTATA
Considerazioni sull’intelligenza
A mio avviso l’intelligenza teorica, proprio perché più rara e d in quanto costituisce l’invalicabile barriera tra l’uomo e l’animale, si pone ad un gradino superiore rispetto all’intelligenza pratica. Scavare nel fango alla ricerca di un tubero può essere necessario onde sopravvivere, ma non è certo un atto meritorio, nella comune accezione che diamo a questo termine. Comporre una sinfonia contribuisce alla sopravvivenza del genere umano meno del battito d’ali di una farfalla, ma per unanime convinzione costituisce una delle massime e più sublimi attività dell’intelletto umano. Dunque, parlando di stupidi mi riferirò anche a chi abbia – in misura non eccelsa - intelligenza pratica, mentre per intelletti elevati intenderò coloro i quali sono più dotati di intelligenza teorica.
Le due intelligenze sono – lo ripeterò – sono due concetti diversi, anche se, semplificando, potrebbero essere definite due facce della stessa medaglia. Esistono brillanti scienziati che non saprebbero cambiare una lampadina, o famosi artisti che – pur avendo ricevuto la necessaria istruzione – non saprebbero risolvere una semplice formula matematica. Sono forse poco intelligenti? Chi affermasse qualcosa del genere dimostrerebbe lui stesso scarsa intelligenza.
Si potrebbe obiettare che questa non necessariamente è intelligenza, ma potrebbe essere intuito, talento. Ma cosa sono, dico io, l’intuito, il talento, se non sotterranei percorsi della nostra mente sottratti al nostro controllo volontario? Un’intuizione altro non è che se non una deduzione logica subconscia, fatta dal nostro cervello a nostra insaputa. Se poi questi signori vogliono chiamarla in un modo piuttosto che in un altro, ciò ha poca rilevanza. L’importante è che ci sia accordo sul concetto.
Storia della quantificazione dell’intelligenza
Se esiste qualcosa che si chiama intelligenza, alcuni uomini ne avranno una quantità maggiore ed altri una minore. Questo è inevitabile; ci sono persone capellute e persone calve, magre e grasse ecc. ecc. Se l’intelligenza è un attributo dell’uomo non tutti ne saranno provvisti in eguale quantità. Dato che, come abbiamo visto, essa si scinde in due componenti, ci saranno persone con molta intelligenza pratica e poca teorica ed altre molto imbranate in qualsiasi altra cosa che non sia il pensare. In particolare queste ultime sono le più disgraziate, in quanto nella vita non riescono a combinare assolutamente nulla per mancanza di capacità, ma a differenza degli stupidi (che si trovano spesso nella stessa situazione) si rendono perfettamente e lucidamente conto di ciò e ne soffrono giustamente.
Una volta definita, resta il problema di quantificare l’intelligenza. In altre parole, possiamo dire se una persona è intelligente? E, cosa più difficile, possiamo dire quanto costei sia intelligente? Alcuni di voi si alzeranno sdegnati a questo punto, cominciando già ad intravedere la sottile ombra della discriminazione intellettuale. Signori, abbiamo appena cominciato! Il bello deve ancora arrivare!
In tempi antichi, il giudizio sull’intelligenza altrui si basava essenzialmente sul successo; se una persona diventava ricca e potente, partendo da una situazione di svantaggio, la si considerava intelligente4. I contadini, a prescindere dal loro grado di soddisfazione, erano considerati degli stupidi subumani da buona parte delle classi superiori. Questo metodo di quantificare l’intelligenza aveva i suoi meriti, ma si basava un po’ troppo sulle generalizzazioni di classe per avere valore scientifico. Quante persone intelligenti morirono senza veder riconosciuta la loro giusta posizione intellettuale, solo perché non riuscirono a farsi notare?
Il positivismo ottocentesco mutò tutto questo. Nel secolo della rivoluzione industriale tutto divenne quantificabile con metodo scientifico, anche le tendenze criminali dell’individuo. I moderni test intellettivi nascono da questa fiducia, unita alla necessità di selezionare personale specializzato nei vari settori lavorativi.
Oggi i test attitudinali promettono – sulla carta – un’accurata quantificazione dell’intelligenza umana ( o dell’ IQ, quoziente d’intelligenza), con uno scarto generalmente basso o comunque accettabile. Se essi fossero ciò che dicono, il problema di quantificare l’intelligenza sarebbe risolto. Tuttavia esistono alcuni problemi ed alcune obiezioni all’uso di tali strumenti. Cerchiamo di esaminarli.
La prima e più profonda critica riguarda la forma dei test, che consiste in buona parte in domande e quiz di tipo matematico e geometrico. In quiz del genere, persone con formazione di tipo scientifico o con mentalità ( in altre parole con attitudine) matematica razionalizzante si troverebbero favorite rispetto alle altre. Non ci vuole molto per rendersi conto che – a parità di tutto il resto – un ingegnere può proseguire una progressione numerica con più facilità rispetto ad un pittore o ad un letterato, e che un uomo avrà meno difficoltà di una donna5.
Tutto questo inficia parzialmente la valutazione di un IQ sul piano individuale, ma a mio avviso non ne elimina completamente la validità statistica: se una persona ottiene un risultato di 140, e un’altra di 70, statisticamente parlando le possibilità che la seconda sia più intelligente ( sia sul piano teorico che su quello pratico) della prima sono assai scarse.
I test più seri contengono domande di vario tipo ( matematiche, geometriche, mnemoniche, di cultura, di coordinazione spaziale ecc.), in modo da evitare di avvantaggiare eccessivamente una persona con determinate attitudini. Altri test sono articolati in più settori, ciascuno con domande di un sol tipo, in modo da definire le capacità di una persona nei singoli campi.
Altra obiezione da muovere ai test consiste nel fatto che essi in realtà quantificano più le capacità ( intelligenza pratica) di una persona che la sua intelligenza vera e propria ( intelligenza teorica). Ciò, che è senz’altro vero sul piano individuale, avrebbe bisogno, a mio avviso, di studi più apprenditi per determinare la fondatezza di tale critica sui grandi numeri.
Concluderei questa parte asserendo che, i riconosciuti limiti dei test impediscono una quantificazione precisa dell’intelligenza, ma non una quantificazione generale o per fasce. Dire che una persona con IQ di 145 è più intelligente di una con IQ di 140 è ridicolo, ma affermare che ci sono alte possibilità che un individuo con IQ di 145 sia più intelligente di uno con IQ di 70 non costituisce certo un’eresia scientifica. ( fine seconda puntata)
NOTE
4. E probabilmente era vero, in una società in cui la mobilità sociale era infinitamente inferiore a quella moderna
5.Questa è una generalizzazione ingiusta ma statisticamente corretta.
martedì, 26 ottobre 2004
INTRODUZIONE
Questo innocuo saggio nasce da alcune considerazioni personali sull’animo umano. La sua mancanza di pericolosità non è dovuta tanto alle sue implicazioni, devastanti per l’attuale assetto sociale delle relazioni tra gli uomini, quanto all’incredibile monolitismo e stabilità di tale costruzione, la cui calce è refrattaria a qualunque attacco esterno.
In poche parole, l’autore si è chiesto: cos’è l’intelligenza? Cos’è la stupidità? Per quale curioso motivo mi sembra che i depositari della prima siano così scarsi e quelli della seconda talmente numerosi? C’è nulla che la ristretta ed emarginata falange di persone intelligenti per opporsi alle infinite schiere di idioti apparentemente annidiate fino ai più remoti anfratti della nostra società?
Alcune di queste domande sono serie, altre meno. Le risposte vanno di pari passo. In alcuni punti l’autore assumerà un atteggiamento scientifico e distaccato, in altri si lancerà a testa bassa in maniera poco ortodossa. A chi legge, bontà sua, il compito del discernimento di questi aspetti. Una persona intelligente si districherà senza problemi tra le secche di questo scritto, mentre l’altra categoria di individui qui esaminati si arresterà ben presto confusa ed irritata. Ciò era previsto, essi non devono farsene una colpa. Del resto, se la stupidità fosse un reato, tutte le galere dell’universo non sarebbero sufficienti a contenere tutti i carcerati.
L’INTELLIGENZA
A) Definizione
La prima domanda che dobbiamo porci è: esiste l’intelligenza? Apparentemente la risposta è ovvia, ma da varie parti è stata avanzata l’ipotesi che al posto di “intelligenza” dovremmo usare altri termini: adattabilità, talento, istinto per apprendimento ecc.
A mio avviso c’è un ragionevole fondo di verità in queste affermazioni, ma esse non sono accettabili. Ognuno dei concetti proposti spiega, infatti, alcune delle sfaccettature della nostra mente, mentre il termine “intelligenza” è onnicomprensivo, ed in buona parte racchiude i termini alternativi. L’esistenza dell’intelligenza non spiega ogni cosa del nostro cervello, ma ne spiega certamente più di parole come talento e adattabilità.
Credo che invece non ci siano dubbi nell’affermare che l’intelligenza è la principale caratteristica differenziale tra la razza umana e le altre specie animali presenti sul pianeta. Noi1 siamo intelligenti, mentre gli animali non lo sono, almeno non nel senso che definiremo meglio più avanti, o quantomeno sono di gran lunga meno intelligenti di noi.
Superato questo punto, è ora il caso di dare una forma a questo sgusciante concetto: cos’è l’intelligenza?
In linea di massima possiamo distinguere tra due diverse applicazioni dell’intelligenza: l’intelligenza pratica e quella teorica o pura. Abbastanza curiosamente, le due sono spesso disgiunte. Per questo motivo ritengo inesatto definire l’intelligenza pratica come applicata2 .
Per intelligenza pratica si può intendere la capacità di risolvere dei problemi, di adattare l’ambiente alle proprie necessità ecc. E’ frutto dell’intelligenza pratica la capacità di costruire una trappola per cattura la preda, o la scelta di un determinato colore per ravvivare un quadro, o ancora la progettazione di un reattore. Essa è paragonabile ad un terzo arto, ad un’estensione del nostro corpo, in quanto la usiamo come strumento per risolvere dei problemi. Gli animali più evoluti ne dispongono, anche se in minima parte rispetto all’uomo3. Tutti gli uomini, più o meno, sono dotati di questo tipo di intelligenza.
Viceversa, l’intelligenza pura è assimilabile al “colpo di genio”, a quel misterioso “clic” del cervello che ci apre nuove strade fino ad allora intraviste. Non basta saper mescolare dei colori su una tela per avere un capolavoro, né avere predisposizione per la musica per comporre una sinfonia. Serve qualcos’altro. La ricerca pura, il sapere per il sapere, si alimenta continuamente di intuizioni geniali, di intelletti che pensano per il solo piacere di pensare. Questa è l’intelligenza teorica. Essa è totalmente sconosciuta nel mondo animale, in quanto non assolve nessuno scopo pratico. Eppure il pensare per il pensare, la ricerca per il solo sapere, è la più caratteristica peculiarità del genere umano. Solo una piccola parte del genere umano ne può però godere. (fine prima puntata)
Note
1 Dicendo noi non intendo “tutti noi umani”, ma solo “noi umani in generale”. Scopo del mio saggio è appunto dimostrare che buona parte dell’umanità si discosta dal principio generale. Intendo evitare facili contraddizioni.
2 Ciò farebbe supporre che essa sia l’intelligenza teorica applicata alla soluzione di determinati problemi. Ma spesso, come goffamente cercherò di spiegare in seguito, chi ha l’intelligenza pura è privo di quella pratica e viceversa.
3 Parlando di uomini intendo anche, chiaramente, le donne. Non voglio far intravedere l’ipotesi di un parallelo tra discriminazione intellettuale e sessuale.